Da Caporetto alla Vittoria

di Aldo A. Mola

Cent’anni dopo diciamo la verità: Caporetto non fu affatto “Caporetto”, “la madre di tutte le disfatte”, la condanna dell’Italia a sentirsi “bella e perduta”, da sempre e per sempre. Chi lo scrisse e lo ripete è disinformato o in malafede. Tanti manuali echeggianti il Sessantottismo perenne, ripetono la litania di un’Italia perpetuamente perdente: Custoza (1848 e 1866), Novara (1849), Lissa (1866), Adua (1896), Sciara-Sciat e poi, appunto, la ritirata dall’Isonzo al Piave (24 ottobre-8 novembre 1917) e, s’intende, l’8 settembre 1943, la “fuga di Brindisi”, ecc. ecc. Così l’Italia viene avvolta in lugubri panni anziché nel tricolore.
Caporetto? Venne già scritto tutto nella famigerata “Inchiesta” varata nel gennaio 1918, in piena guerra. Mentre l’Esercito preparava la riscossa, una Commissione presieduta dal generale di esercito Carlo Caneva (nel 1912 esonerato dall’inconcludente comando della guerra contro l’impero turco) mise alla gogna il Comandante Supremo, Luigi Cadorna, quello della Seconda Armata, Luigi Capello, e molti generali e ufficiali superiori, rimossi dagli incarichi e “messi a disposizione”. Da mesi Cadorna rappresentava l’Italia a Versailles. Godeva della massima stima a livello internazionale (anche da parte dei condottieri nemici, che lo attestarono nelle loro memorie) ma i politicanti nostrani volevano azzannare l’osso. Morso dopo morso, sarebbero arrivati al comandante della Terza Armata, Emanuele Filiberto di Savoia duca d’Aosta, e al re stesso, Capo dello Stato e garante dell’unità nazionale all’interno e all’estero, in un mondo nel quale l’Italia aveva alleati ma nessun amico. Il re, come mostrò nell’incontro di Peschiera l’8 novembre 1917, tenne nervi saldi mentre tutto sembrava crollare. Lo documentano le introduzioni alla ristampa anastatica dell’Inchiesta su Caporetto, pubblicata dall’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito col contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo e dell’Associazione di Studi sul Saluzzese. Il re aveva una visione chiara delle sorti dell’Italia: dopo il cattivo, arriva sempre il bel tempo. Dopo la siccità arriverà la pioggia. Bisogna resistere, come dopo Caporetto dissero orgogliosamente alla Camera Vittorio Emanuele Orlando e Giovanni Giolitti, con il consenso del socialista Filippo Turati (“anche per noi la patria è sul Piave”) e dei cattolici, capitanati dal milanese Filippo Meda, memori che “bastone tedesco Italia non doma”. Nei giorni drammatici l’ormai anziano Leopoldo Franchetti, patriota a 24 carati e senatore del regno, si uccise col rimorso di aver voluto l’intervento. Anche il socialriformista Leonida Bissolati fu sull’orlo dell’abisso. Erano persone colte e responsabili. Contrariamente a quanto si è detto e ancora si ripete in evocazioni ripetitive, a reggere fu proprio la “macchina militare”, che attuò la manovra da anni messa messa a punto da Cadorna e conclusa con la battaglia di arresto del nemico “sulla Piave”, come egli amava dire.
Caporetto non fu ha ritiata, non una “disfatta”. Fu una battaglia perduta come ne ebbero tutti gli eserciti in lotta. Con una profonda differenza, però. L’Italia era entrata in guerra per una decisione discutibile e persino deprecabile, sulla base dell’accordo (arrengement) del 26 aprile 1915 con l’Intesa contro gli imperi centrali, suoi alleati dal 1882. Il governo (Salandra-Sonnino) azzardò l’intervento il 24 maggio nell’illusione che il conflitto sarebbe terminato entro l’autunno stesso. Povera di risorse per il suo sistema industriale e persino per l’alimentazione, con domini coloniali remoti e indifendibili (Tripolitania, Cirenaica, Eritrea, Somalia…), essa era presa alla gola da alleati e avversari, chiusa tra Gibilterra, Malta, Cipro e Suez, tutte “piazze” in mano inglese. Per capirne le scelte bisogna guardare la carta geo-storica dell’epoca. Da quando l’Italia scese in campo al novembre 1918 i suoi nuovi alleati non compirono alcuna azione navale contro la flotta astro-ungarica nell’Adriatico. Decisero di aiutarla solo quando ne temettero il crollo: a le loro divisioni rarrivarono quando gli italiani si erano già riorganizzati.
Per comprendere quanto accadde dopo Caporetto bisogna poi osservare una carta del dopoguerra. Con una premessa, però: la vittoria nacque dalla resistenza del “Paese Italia”, dalla sua tenacia, dal ferreo comando di Armando Diaz (niente affatto più “tenero” di Cadorna, come attesta l’amministrazione della giustizia militare nel 1917-1918) e per molti aspetti persino più aggressivo e con determinazione più spietata, dagli Arditi ei corpi speciali degli Alpini e via continuando, inclusa l’aviazione che tra i molti eroi contò Francesco Baracca.
Chi guardi quella carta vede un fatto inoppugnabile. Esattamente dodici mesi dopo Caporetto l’Esercito italiano passò all’offensiva, travolse l’armata nemica e impose l’armistizio all’impero asburgico con la clausola strategica: la facoltà di attraversare in armi l’Austria per aggredire la Germania da sud. Ma i tedeschi avevano tutte le loro forze schierate sul fronte occidentale, contro i franco-anglo-americani. Perciò chiesero l’armistizio a confini inviolati. Il kaiser dovette riparare in Olanda. Il Paese collassò tra ammutinamenti, insurrezioni, rivoluzioni: il caos generò il mito del tradimento e l’ascesa del nazional-socialismo, tenuto per le dande dal feldmaresciallo Hindenburg, massonofago. Quella stessa carta mostra l’altra evidenza: la Grande Guerra vide sparire l’impero russo, dilaniato dalla guerra civile tra comunisti e armate bianche, l’impero turco ottomano, il germanico e quello d’Austria-Ungheria, il cui sovrano, Francesco Giuseppe, mostrò cocciuta incapacità di trattative diplomatiche con l’Italia, caldeggiate da Giolitti. Se le avesse riconosciuto “compensi” in cambio della neutralità, come suggeriva il pleipotenzirio di Berlino, prncope Bulow, avrebbe salvato l’impero e risparmiato all’Europa la catastrofe della “repubblicanizzazione”, accelerata dal 1917.
Nel dopogerra unica monarchia “pesante” del continente rimase quella d’Italia, del “re Soldato” che il 25 maggio 1915 trasferì i poteri a suo zio, Tomaso di Savoia, in veste di Luogotenente, per seguire di persona le operazioni belliche e mediare con pazienza e sagacia tra governo, Comando Supremo e Alleati: quarantun mesi durante i quali si susseguirono tre diversi presidenti del consiglio (Salandra, Boselli, Orlando), decine di ministri e un centinaio e più di sottosegretari. Il ministero meno stabile fu proprio quello della Guerra, il più bisognoso di continuità. Dall’avvento di Salandra vi si alternarono Domenico Grandi, Vittorio Zupelli, Paolo Morrone, Gaetano Giardino, Vittorio Alfieri e ancora Zupelli. Il 18 gennaio 1919 fu la volta di Enrico Caviglia. Ma il peggio venne dopo: una mezza dozzina di ministri in un paio d’anni. Il Paese che aveva vinto la guerra perse la pace. La pubblicazione dell’ “Inchiesta” su Caporetto nell’agosto 1919 (in vista delle elezioni, a tutto vantaggio di socialisti e clericali) fu la pugnalata dei “politici” nella schiena dell’Esercito. Alimentò la rivolta contro la “vittoria mutilata” e accelerò l’impresa di d’Annunzio a Fiume. La polemica contro i “generali” (anzitutto Cadorna) mirava a stendere un velo pietoso su un dato oggettivo. Nella battaglia detta di Caporetto l’esercito contò 30.000 morti (poco più di quelli avversari) ma circa 300.000 prigionieri. Troppi. Il che spiega quel che fu subito chiaro. Da molti l’avanzata austro-germanica venne inesa arretramento quale fine della guerra: si arresero. Rispetto ai caduti in divisa percentualmente furono più numerose le vittime civili, brutalizzate dal nemico che in troppi casi si condusse in modi bestiali, stuprando e rubando nella certezza di dominio perpetuo: la vittoria avrebbe coperto le tracce delle loro malefatte. Per capire Caporetto occorre andare oltre la trita “lamentela” contro Cadorna, Capello, ecc., e affrontare la storia di quella guerra, di quella Europa. Nel 1914-1918 (né poi…) nessuno fu “innocente”.
Cent’anni dopo la lezione dell’“evento” è duplice. In primo luogo occorre documentare i fatti. L’Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Difesa diretto dal col. Massimo Bettini ha pubblicato l’“Inventario del fondo H-4, Commissione d’Inchiesta – Caporetto” e l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito conserva un’enorme quantità di carte per chi voglia davvero capire e spiegare. In secondo luogo la ormai secolare polemica su quella battaglia (non disastro irreparabile, non catastrofe , non apocalisse…: sennò non ci sarebbe stata Vittorio Veneto) invita ad aprire gli occhi dinnanzi a quanti continuano a brandire le “sconfitte” militari del passato remoto come clava nel confronto politico attuale e drammatizzano esasperatamente la vita quotidiana degli italiani inventando Caporetto climatiche e di altro genere per distrarre l’opinione pubblica dalla loro incapacità di amministrare, di far quadrare piccoli conti in tempo di pace. È lo storico francese Hubert Heyriès (vincitore del Premio Acqui Storia 2017) a ricordarci che nel 1866 l’Italia vinse al tavolo delle trattative una guerra non feice sul campo: gli scacchi militari (a Cstoza e a Lissa, non bilanciate dall’avanzata di Garibaldi vittorioso a Bezzecca) furono capovolti dalla diplomazia nel quadro europeo. Anziché di polemiche sterili gli italiani hanno appunto bisogno di storia vera, di restaurare i monumenti ai caduti e i sacrari militari, di tutelare i confini e di ripetere “l’Italia innanzi tutto”: il messaggio che quotidianamente arriva dal Quirinale, oggi come un secolo fa, contro i seminatori di zizzania, spesso unicamente ispirati da capriccio personale.

Aldo A. Mola

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